In questa lezione di approfondimento vediamo lo stesso episodio raccontato in quattro modi diversi: un ragazzo riceve un compito con un brutto voto. I fatti sono sempre gli stessi, ma cambiano chi parla, la persona e il tempo dei verbi. Confrontando i quattro testi capirai meglio le differenze tra monologo interiore, discorso indiretto, discorso diretto e discorso indiretto libero.
1. Il testo di partenza: il monologo interiore
1.1 Il testo
Il personaggio parla con se stesso: leggiamo i suoi pensieri così come nascono, senza nessun narratore tra noi e lui.
Quattro. Un quattro, scritto in rosso, con quella penna che la professoressa usa sempre, quella con l’inchiostro troppo acceso. Non è un numero, è una sentenza.
Ok. Respira. Non guardarlo di nuovo. Lo hai già guardato dieci volte, il quattro non è diventato un sei.
Eppure avevo studiato. Non tutto, certo, non quella parte sul finale, ma abbastanza. Almeno così credevo. Forse è questo il problema: credere di sapere e sapere davvero sono due cose diverse, e io le ho confuse. Che stupido.
Lei adesso sta consegnando gli altri compiti. Marco ha preso otto, lo vedo da come sorride. Sara si copre il foglio con la mano, quindi è andata male anche a lei? No, Sara si copre sempre il foglio. Lei però può permetterselo, anche se va male ha la media alta, ha le spalle larghe. Io no.
La media. Dio, la media. Con questo quattro scende sotto il sei, e a casa lo sapranno stasera, a cena, perché mia madre chiederà “com’è andata oggi?” con quel tono finto distratto, quello che nasconde la domanda vera. E io dovrò scegliere: mentire, minimizzare, o dire la verità. Mentire non funziona, il registro elettronico parla al posto mio. Minimizzare peggio ancora.
Non è tanto la rabbia che temo. È quello sguardo. Quello che non urla, ma delude. Preferirei le urla.
Calma. È solo un compito. Un compito su venti dell’anno. Lo so, lo so che razionalmente è così. Ma allora perché mi pesa lo stomaco come se avessi ingoiato un sasso? Perché ho la gola stretta e la paura che, se qualcuno mi chiede “tutto bene?”, mi tremi la voce?
Perché non è il compito. È quello che il compito sembra dire di me. Che non sono abbastanza. Che gli altri capiscono e io resto indietro, un passo sempre troppo dietro, e nessuno se ne accorge finché non arriva il rosso sul foglio.
Ma forse... forse no. Forse dice solo che ho studiato male questa volta. Male, non niente. C’è una differenza. Studiare male si può correggere. Essere “non abbastanza” no. Quindi tengo la prima, butto la seconda.
Suona la campanella. Tutti si alzano, il rumore delle sedie, le voci. Io rimetto il foglio nello zaino, piegato a metà, con il quattro all’interno, dove non si vede.
Stasera lo dirò io, prima che me lo chieda. Se almeno scelgo io il momento, è già un po’ meno brutto.
E poi chiederò alla prof di rivedere insieme gli errori. Mi farà un po’ vergogna. Ma meno di un altro quattro.
1.2 Come si riconosce
Nel monologo interiore parla il personaggio, in prima persona e al presente. Non c'è nessun verbo introduttivo (pensò, si disse) e le frasi sono spezzate, piene di domande, esclamazioni e ripensamenti (Ok. Respira., Che stupido., Ma forse... forse no.). A volte il personaggio si dà ordini da solo, usando la seconda persona (Non guardarlo di nuovo.).
2. Lo stesso testo in discorso indiretto
2.1 Il testo
Ora è il narratore a riferire ciò che il ragazzo pensa e dice, con parole sue.
Il ragazzo guardò il voto: era un quattro, scritto in rosso. Pensò che non fosse un semplice numero, ma una sentenza, e si disse di non guardarlo più, perché lo aveva già fatto dieci volte e il quattro non era diventato un sei. Riconobbe di aver studiato, anche se non tutto, e ammise di aver confuso il credere di sapere con il sapere davvero.
Notò che Marco sorrideva per l’otto e che Sara copriva il foglio, ma si ricordò che lo faceva sempre e che, avendo la media alta, poteva permetterselo. Lui no. Capì che con quel voto la media sarebbe scesa sotto il sei e immaginò la madre chiedergli a cena come fosse andata la giornata. Sapeva che mentire era inutile, perché il registro elettronico avrebbe parlato per lui, e che minimizzare sarebbe stato peggio.
Ciò che temeva non erano le urla, ma lo sguardo deluso della madre. Si disse che era solo un compito su venti, eppure sentiva lo stomaco pesante e la gola stretta. Comprese che il peso non veniva dal compito, ma da ciò che sembrava dire di lui: che non fosse abbastanza. Poi decise di credere che avesse solo studiato male, e che questo si potesse correggere.
Alla campanella mise il foglio nello zaino, piegato a metà. Decise che avrebbe detto tutto ai genitori prima che glielo chiedessero e che avrebbe chiesto alla professoressa di rivedere gli errori insieme: un po’ di vergogna, ma meno di un altro quattro.
2.2 Che cosa cambia
Il narratore parla in terza persona e al passato. Pensieri e parole sono introdotti da verbi come pensò, si disse, capì, comprese, seguiti da una frase subordinata (che..., di...). Cambiano anche i tempi dei verbi e gli indicatori di tempo: stasera diventa prima che glielo chiedessero. Il testo è più ordinato, ma perde la voce viva del personaggio.
3. Lo stesso testo in discorso diretto
3.1 Il testo
Nel discorso diretto i personaggi parlano ad alta voce, e le loro parole sono riportate fra virgolette.
Il ragazzo guardò il foglio e sussurrò:
«Quattro. Non è un numero, è una sentenza.»
Poi si rimproverò a mezza voce:
«Non guardarlo più. L’hai già guardato dieci volte, il quattro non è diventato un sei.»
Si voltò verso il compagno di banco.
«Avevo studiato, sai? Non tutto, ma abbastanza. O almeno credevo.»
Marco, raggiante, rispose:
«Io ho preso otto!»
«Bravo» disse lui, e pensò: Sara si copre il foglio, ma lei se lo può permettere.
Si diceva, quasi senza voce:
«Stasera mia madre mi chiederà com’è andata. Il registro parla al posto mio, non posso mentire.»
E poco dopo:
«Non è il compito che mi pesa. È quello che sembra dire di me.»
Alla campanella ripiegò il foglio nello zaino e si disse:
«Studiare male si può correggere. Glielo dico io, prima che me lo chieda. E poi chiedo alla prof di rivedere gli errori.»
E aggiunse, piano:
«Mi vergognerò un po’. Meno di un altro quattro.»
3.2 Che cosa cambia
Le parole del personaggio sono riportate tra virgolette («...») e introdotte da verbi dichiarativi come sussurrò, rispose, si disse, aggiunse. Dentro le virgolette il personaggio usa la prima persona e il presente, come nel monologo, mentre fuori il narratore racconta in terza persona e al passato. Poiché nel discorso diretto qualcuno deve parlare, il testo cambia: non tutti i pensieri possono diventare parole dette, per questo compare un dialogo con il compagno di banco e il ragazzo parla da solo «a mezza voce».
4. Lo stesso testo in discorso indiretto libero
4.1 Il testo
Qui il narratore racconta in terza persona, ma con la voce e le parole del personaggio: non ci sono verbi introduttivi, e il passaggio tra narratore e pensiero è quasi invisibile.
Quattro. Un quattro scritto in rosso, con quella penna dall’inchiostro troppo acceso. Non era un numero, era una sentenza. Inutile guardarlo ancora: lo aveva già guardato dieci volte e il quattro non era diventato un sei.
Eppure aveva studiato. Non tutto, certo, non il finale, ma abbastanza. O così credeva. Forse il problema era proprio quello: credere di sapere e sapere davvero non erano la stessa cosa, e lui le aveva confuse. Che stupido.
La prof consegnava gli altri compiti. Marco aveva preso otto, si capiva dal sorriso. Sara si copriva il foglio con la mano, quindi era andata male anche a lei? No, Sara si copriva sempre il foglio. E poi lei poteva permetterselo, con quella media. Lui no.
La media, già. Con quel quattro sarebbe scesa sotto il sei, e a casa lo avrebbero saputo a cena, quando la madre avrebbe chiesto «com’è andata oggi?» con quel tono finto distratto. Mentire non serviva, ci pensava il registro elettronico. Minimizzare era peggio.
Non erano le urla a fargli paura, ma lo sguardo. Quello che non gridava e deludeva. Meglio le urla.
Era solo un compito su venti, lo sapeva. Perché allora lo stomaco pesava come un sasso e la gola si stringeva al pensiero che qualcuno gli chiedesse «tutto bene?»? Perché il problema non era il compito, ma quello che sembrava dire di lui: che non era abbastanza, che gli altri capivano e lui restava sempre un passo indietro.
O forse no. Forse diceva solo che aveva studiato male, e male non era niente. Studiare male si correggeva. Essere «non abbastanza», no. Teneva la prima, buttava la seconda.
Suonò la campanella. Sedie, voci. Piegò il foglio a metà e lo infilò nello zaino, con il quattro all’interno. Quella sera avrebbe parlato lui per primo: scegliere il momento lo rendeva già meno brutto. E poi dalla prof sarebbe tornato, a rivedere gli errori. Un po’ di vergogna, certo. Ma meno di un altro quattro.
4.2 Che cosa cambia
I verbi sono alla terza persona e al passato (aveva studiato, poteva permetterselo), come in un normale racconto. Ma il tono è quello del personaggio: ritornano le domande (quindi era andata male anche a lei?), le esclamazioni e le frasi brevi (Che stupido., Lui no., Meglio le urla.). Non ci sono verbi come pensò o si disse, e non ci sono virgolette per i pensieri.
5. Confronto finale
5.1 Le quattro tecniche a confronto
| TECNICA | CHI PARLA | PERSONA E TEMPO | COME SI RICONOSCE |
| Monologo interiore | Il personaggio, nella sua mente | Prima persona, presente | Nessun narratore; frasi spezzate, domande, esclamazioni |
| Discorso indiretto | Il narratore, con parole sue | Terza persona, passato | Verbi introduttivi + subordinata (pensò che...) |
| Discorso diretto | Il personaggio, ad alta voce | Dentro le virgolette: prima persona, presente | Virgolette e verbi dichiarativi (disse, rispose) |
| Discorso indiretto libero | Il narratore, con la voce del personaggio | Terza persona, passato | Nessun verbo introduttivo, nessuna virgoletta; tono del personaggio |
5.2 Tre frasi a confronto
Osserva come cambia la stessa frase nelle quattro versioni.
Frase 1: il voto
- Monologo interiore: Non è un numero, è una sentenza.
- Discorso indiretto: Pensò che non fosse un semplice numero, ma una sentenza.
- Discorso diretto: Il ragazzo sussurrò: «Quattro. Non è un numero, è una sentenza.»
- Discorso indiretto libero: Non era un numero, era una sentenza.
Frase 2: la cena a casa
- Monologo interiore: A casa lo sapranno stasera, a cena, perché mia madre chiederà “com’è andata oggi?”
- Discorso indiretto: Immaginò la madre chiedergli a cena come fosse andata la giornata.
- Discorso diretto: Si diceva, quasi senza voce: «Stasera mia madre mi chiederà com’è andata.»
- Discorso indiretto libero: A casa lo avrebbero saputo a cena, quando la madre avrebbe chiesto «com’è andata oggi?»
Frase 3: la decisione
- Monologo interiore: Studiare male si può correggere. Essere “non abbastanza” no.
- Discorso indiretto: Decise di credere che avesse solo studiato male, e che questo si potesse correggere.
- Discorso diretto: Si disse: «Studiare male si può correggere.»
- Discorso indiretto libero: Studiare male si correggeva. Essere «non abbastanza», no.