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La decolonizzazione

La decolonizzazione
Autore: Sistema
Data: 21/05/2026
Tipo: Materiale didattico
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Dopo la Seconda guerra mondiale il mondo cambia volto con una rapidità senza precedenti. I grandi imperi coloniali europei, già indeboliti dal conflitto, si trovano di fronte a movimenti di liberazione sempre più forti e organizzati. In pochi decenni, tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta del Novecento, decine di nuovi Stati nascono in Asia e in Africa, trasformando radicalmente la carta politica del pianeta. Questo processo prende il nome di decolonizzazione.

 

1. Che cos'è la decolonizzazione

1.1. Definizione e cause

La decolonizzazione è il processo attraverso il quale i territori colonizzati da potenze europee conquistano la propria indipendenza politica. Non si tratta di un evento improvviso, ma del risultato di cause maturate nel lungo periodo e poi accelerate dalla guerra.

Le cause principali sono le seguenti:

? L'indebolimento delle potenze coloniali. Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Portogallo escono dalla Seconda guerra mondiale economicamente devastate. Non hanno più le risorse militari e finanziarie necessarie per mantenere il controllo su vastissimi territori lontani.

? La contraddizione tra i principi democratici e il colonialismo. Le potenze occidentali avevano combattuto il nazismo in nome della libertà e dell'autodeterminazione dei popoli. Era difficile giustificare, dopo quella guerra, il mantenimento di regimi coloniali fondati sulla sopraffazione e sulla discriminazione razziale.

? La Carta delle Nazioni Unite (1945). Il documento fondativo dell'ONU riconosce il principio di autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto di ogni popolo a scegliere liberamente la propria forma di governo. Questo principio diventa un'arma politica nelle mani dei movimenti anticoloniali.

? La pressione degli Stati Uniti e dell'URSS. Le due superpotenze, per ragioni diverse, sono entrambe contrarie al colonialismo europeo. Gli USA vedono le colonie come potenziali mercati da aprire al libero commercio; l'URSS sostiene i movimenti di liberazione come parte della propria strategia di espansione dell'influenza comunista nel mondo.

? La crescita dei movimenti nazionalisti. Nelle colonie, una nuova classe dirigente istruita nelle università europee aveva assimilato le idee di libertà, nazione e democrazia e le usava per rivendicare l'indipendenza. Questi movimenti trovano nelle popolazioni locali un consenso sempre più ampio.

1.2. Decolonizzazione e Guerra Fredda

La decolonizzazione si svolge negli stessi anni in cui il mondo è diviso in due blocchi contrapposti: quello occidentale, guidato dagli Stati Uniti, e quello comunista, guidato dall'URSS. Questa divisione — la cosiddetta Guerra Fredda — influenza profondamente il processo di indipendenza dei nuovi Stati.

Ogni volta che una colonia si libera, le due superpotenze cercano di attrarla nella propria sfera di influenza. I nuovi governi si trovano spesso costretti a scegliere tra i due blocchi, oppure cercano una terza via: il neutralismo o non-allineamento, cioè la politica di non schierarsi con nessuna delle due superpotenze. Nel 1955, alla Conferenza di Bandung (Indonesia), ventinove Paesi asiatici e africani si riuniscono per la prima volta per affermare questa scelta di indipendenza dai blocchi. Da quella conferenza nasce il Movimento dei Paesi Non Allineati.

APPROFONDIMENTO>> Il termine Terzo Mondo nasce proprio in questo contesto, negli anni Cinquanta, per indicare quei Paesi che non appartengono né al blocco occidentale (Primo Mondo) né a quello comunista (Secondo Mondo). Oggi il termine è considerato obsoleto e talvolta offensivo: si preferiscono espressioni come Paesi in via di sviluppo o Sud del mondo.

 

2. La decolonizzazione in Asia

2.1. L'India e il modello della nonviolenza

Il caso più celebre di decolonizzazione è quello dell'India, colonia britannica dal XVIII secolo. Il movimento di liberazione indiano è guidato da Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma («grande anima»). Gandhi elabora una strategia rivoluzionaria: la nonviolenza (ahimsa) e la disobbedienza civile (satyagraha), cioè il rifiuto pacifico di obbedire alle leggi ingiuste. Scioperi, boicottaggi dei prodotti inglesi, marce di protesta: sono le sue armi.

Nel 1947 la Gran Bretagna concede l'indipendenza, ma il subcontinente viene diviso in due Stati: l'India (a maggioranza indù) e il Pakistan (a maggioranza musulmana). La Partizione provoca uno dei più grandi esodi della storia: milioni di persone si spostano da un Paese all'altro, e i violenti scontri tra le comunità religiose causano centinaia di migliaia di morti. Gandhi, che aveva sempre combattuto per l'unità tra indù e musulmani, viene assassinato nel 1948 da un estremista indù che lo accusava di essere troppo favorevole ai musulmani.

CURIOSITÀ>> La marcia del sale (1930) è uno degli episodi più famosi della resistenza nonviolenta di Gandhi. Per protestare contro la tassa britannica sul sale, Gandhi percorse a piedi circa 400 km fino al mare, dove ricavò del sale dall'acqua marina davanti alle telecamere di tutto il mondo. Migliaia di indiani lo imitarono. L'impatto sull'opinione pubblica internazionale fu enorme.

 

2.2. L'Indocina e la guerra del Vietnam

La decolonizzazione non è sempre pacifica. In Indocina — l'attuale Vietnam, Cambogia e Laos, colonia francese — il processo si trasforma in una lunga guerra. Il movimento di liberazione nazionale è guidato da Ho Chi Minh, un nazionalista di orientamento comunista. Nel 1954, dopo la sconfitta militare francese nella battaglia di Dien Bien Phu, la Francia è costretta a ritirarsi.

Gli accordi di Ginevra (1954) dividono il Vietnam in due: il Vietnam del Nord (comunista, con capitale Hanoi) e il Vietnam del Sud (filostatunitense, con capitale Saigon). La riunificazione prevista dagli accordi non avviene mai, e il Paese scivola in una nuova guerra — la celebre guerra del Vietnam — in cui gli Stati Uniti intervengono massicciamente per impedire la vittoria comunista. Il conflitto si concluderà soltanto nel 1975 con la riunificazione sotto il governo comunista.

APPROFONDIMENTO>> COLLEGAMENTO INTERDISCIPLINARE CON GEOGRAFIA>> Il Vietnam, la Cambogia e il Laos, che oggi si affacciano sul Mar Cinese Meridionale e confinano con la Cina, la Thailandia e la Birmania, costituivano insieme l'Indocina francese. Il nome richiama la posizione geografica di questi Paesi, a metà strada tra l'India e la Cina, le due grandi civiltà che ne hanno influenzato la cultura nel corso dei secoli.

 

3. La decolonizzazione in Africa

3.1. L'«anno dell'Africa» e le indipendenze pacifiche

In Africa il processo di decolonizzazione raggiunge il suo apice nel 1960, passato alla storia come l'«anno dell'Africa»: in quell'anno ben diciassette Paesi africani proclamano la propria indipendenza, la maggior parte dei quali erano colonie francesi e belghe. È un anno storico che trasforma radicalmente la carta politica del continente.

In molti casi le indipendenze avvengono in modo relativamente pacifico, attraverso trattative diplomatiche. La Gran Bretagna, in particolare, adotta una politica di graduale trasferimento del potere, creando il Commonwealth, un'associazione di ex colonie che mantengono legami politici ed economici con Londra. La Francia segue un percorso simile con la Comunità francese.

3.2. Le guerre di liberazione: Algeria e Congo

Non tutte le indipendenze africane sono pacifiche. Laddove sono presenti numerosi coloni europei o dove le potenze coloniali hanno forti interessi economici, la transizione diventa un conflitto armato.

Il caso più drammatico è quello dell'Algeria, colonia francese con oltre un milione di coloni europei. Dal 1954 al 1962 si combatte una guerra feroce tra il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) algerino e l'esercito francese. La guerra divide profondamente la Francia: una parte dell'opinione pubblica e dei militari si oppone fermamente all'indipendenza, mentre intellettuali come Jean-Paul Sartre la sostengono apertamente. Nel 1962, con gli accordi di Évian, l'Algeria ottiene l'indipendenza. La guerra ha causato centinaia di migliaia di vittime.

Anche il Congo Belga vive una transizione traumatica. Nel 1960 conquista l'indipendenza e il primo ministro Patrice Lumumba, leader nazionalista, tenta di costruire uno Stato indipendente dai due blocchi. Viene però deposto e assassinato nel 1961, con il coinvolgimento della CIA statunitense e del governo belga, timorosi che il Congo si avvicinasse all'URSS. La storia del Congo è emblematica delle interferenze delle superpotenze nelle vicende dei nuovi Stati indipendenti.

APPROFONDIMENTO>> COLLEGAMENTO INTERDISCIPLINARE CON ED. CIVICA>> La decolonizzazione pone un problema che ancora oggi non è risolto: quello dei confini artificiali. Le frontiere degli Stati africani erano state tracciate dalle potenze coloniali nel corso della Conferenza di Berlino (1884–85), dividendo e mescolando arbitrariamente popolazioni, etnie e tradizioni diverse, senza alcun riguardo per le realtà locali. I nuovi Stati indipendenti ereditano questi confini, che saranno spesso all'origine di conflitti etnici e guerre civili nei decenni successivi.

 

4. I problemi dei nuovi Stati indipendenti

4.1. Il neocolonialismo

L'indipendenza politica non porta automaticamente all'indipendenza economica. Molti dei nuovi Stati si ritrovano in una condizione di dipendenza economica dai vecchi colonizzatori o dalle nuove superpotenze: importano prodotti industriali costosi ed esportano materie prime a basso prezzo (petrolio, minerali, cacao, caffè, cotone). Questo meccanismo, che perpetua le disuguaglianze create dal colonialismo, viene chiamato neocolonialismo.

Le grandi imprese multinazionali controllano spesso le risorse naturali dei nuovi Paesi, i cui governi ricevono in cambio royalty modeste. I profitti tornano nei Paesi ricchi, mentre le popolazioni locali restano povere. Il termine neocolonialismo viene coniato proprio dal leader ghanese Kwame Nkrumah, uno dei padri dell'indipendenza africana, per descrivere questa situazione.

4.2. Instabilità politica e dittature

Molti dei nuovi Stati indipendenti non riescono a costruire istituzioni democratiche stabili. Le ragioni sono molteplici: i confini artificiali ereditati dal colonialismo, la mancanza di una classe dirigente adeguatamente formata (che il colonialismo aveva sistematicamente impedito), le interferenze straniere, le rivalità tra etnie diverse costrette entro gli stessi confini.

Nel corso degli anni Sessanta e Settanta si moltiplicano i colpi di Stato militari e le dittature. Spesso i regimi autoritari vengono sostenuti da una delle due superpotenze purché garantiscano fedeltà al proprio blocco, indipendentemente da come trattino la propria popolazione. È uno degli aspetti più tragici dell'intreccio tra decolonizzazione e Guerra Fredda.

NOTA BENE>> È importante non confondere indipendenza formale e indipendenza reale. Un Paese può avere una propria bandiera, un proprio governo e un seggio all'ONU, ma essere di fatto controllato economicamente dall'estero o militarmente condizionato da una superpotenza. La storia della decolonizzazione insegna che la libertà politica è una conquista necessaria ma non sufficiente.

 

5. L'apartheid in Sudafrica

5.1. Che cos'è l'apartheid

In controtendenza rispetto alla decolonizzazione, il Sudafrica — già indipendente dalla Gran Bretagna dal 1910 — introduce nel 1948 il sistema dell'apartheid (parola afrikaans che significa «separazione»). Si tratta di un sistema di segregazione razziale legalizzata: la minoranza bianca governa il Paese e impone alla maggioranza nera e alle popolazioni di colore una serie di leggi discriminatorie che regolano ogni aspetto della vita, dai quartieri in cui abitare alle scuole che possono frequentare, dai mezzi di trasporto ai matrimoni.

I neri sudafricani non hanno diritto di voto e sono costretti a vivere in zone separate chiamate township o in territori rurali impoveriti detti bantustan. Chi protesta viene arrestato, torturato o ucciso.

5.2. Nelson Mandela e la fine dell'apartheid

La resistenza all'apartheid è guidata dall'African National Congress (ANC). Il suo leader più famoso è Nelson Mandela, avvocato, che viene arrestato nel 1964 e condannato all'ergastolo. Trascorre 27 anni in carcere sull'isola di Robben Island, diventando il simbolo della lotta contro il razzismo in tutto il mondo.

Le pressioni internazionali, le sanzioni economiche e la lotta interna portano infine alla fine dell'apartheid: nel 1990 Mandela viene liberato e nel 1994 si svolgono le prime elezioni libere nella storia del Sudafrica. Mandela diventa il primo presidente nero del Paese. Nel 1993 aveva già ricevuto il Premio Nobel per la Pace, insieme all'ultimo presidente bianco Frederik de Klerk, per aver gestito in modo pacifico la transizione verso la democrazia.

CURIOSITÀ>> Nel 1964, durante il processo che lo condannò all'ergastolo, Mandela pronunciò queste parole: «Ho lottato contro il dominio bianco e ho lottato contro il dominio nero. Ho accarezzato l'ideale di una società democratica e libera in cui tutti vivano insieme in armonia e con pari opportunità. È un ideale per cui spero di vivere e di vederlo realizzato. Ma se necessario è un ideale per cui sono pronto a morire.»