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La vendetta di Odisseo

La vendetta di Odisseo
Autore: Sistema
Data: 04/05/2026
Tipo: Materiale didattico
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Il libro XXII dell'Odissea è il culmine di tutto il poema: dopo vent'anni di assenza, prove e travestimenti, Odisseo si rivela finalmente ai Proci e compie la sua vendetta. È uno dei passi più drammatici e violenti di tutta la letteratura epica greca.

 

1. Sintesi del libro XXII

La gara dell'arco si è conclusa: il mendicante — che in realtà è Odisseo — ha teso l'arco del re e scagliato la freccia attraverso le dodici asce. A quel punto balza sulla gran soglia del palazzo, riversa le frecce ai propri piedi e rivela la sua identità ai Proci, che ora si trovano intrappolati nella sala del banchetto, senz'armi. Il primo a cadere è Antinoo, il più arrogante tra i pretendenti, colpito alla gola da una freccia mentre porta la coppa alle labbra. I Proci capiscono subito di essere stati ingannati e cercano di difendersi, invocando la pietà di Odisseo, accusandolo di follia, cercando le armi sulle pareti — ma le armi non ci sono più: Telemaco le ha rimosse in anticipo, su ordine del padre. Eurimaco, il secondo capo dei Proci, tenta di patteggiare e poi di attaccare con la spada; viene abbattuto. Anfinomo carica Odisseo e viene trafitto da Telemaco con la lancia. La battaglia si fa sempre più serrata: i Proci trovano quattro scudi e quattro lance in una stanza laterale, consegnatigli dal traditore Melanzio; ma Atena è al fianco di Odisseo e gli dèi non abbandonano il giusto. Uno ad uno i Proci vengono uccisi. Il cantore Femio e l'araldo Medonte, che non avevano mai partecipato agli oltraggi, vengono risparmiati. Alla fine della strage, la sala è piena di cadaveri. Odisseo chiama la fedele nutrice Euriclea e le chiede di indicargli le ancelle che si erano compromesse con i Proci: verranno punite. L'ultimo verso del passo che studiamo descrive la morte dell'ultimo pretendente: «sugli occhi gli si versò tenebra».

 

2. Testo, parafrasi e commento

2.1. Argomento

Nella prima parte del brano Odisseo balza sulla soglia del palazzo — posizione strategica da cui nessuno può aggirarlo — si denuda dei cenci del mendicante e si rivela ai Proci. Scaglia la freccia su Antinoo colpendolo alla gola mentre beve. Nella seconda parte i Proci reagiscono con terrore e cercano le armi sulle pareti, ma le pareti sono vuote. Eurimaco tenta prima di discolparsi e poi di attaccare; viene ucciso. Nella terza parte la battaglia si generalizza: Telemaco, Eumeo e il boaro Filezio combattono al fianco di Odisseo. Melanzio tenta di portare armi ai Proci ma viene catturato. Atena appare travestita da Mentore e incita Odisseo, poi si trasforma in una rondine e osserva dall'alto. I Proci cadono uno ad uno fino all'ultimo.

2.2. Testo e parafrasi

TESTO PARAFRASI
I parte

Allora si denudò dei cenci l'accorto Odisseo, balzò sulla gran soglia con l'arco e la faretra colma di frecce, e riversò le frecce rapide ai suoi piedi, e parlò ai pretendenti: «Questa gara inattaccabile è ormai finita; ora miro a un altro bersaglio, che nessuno ancora colpì: vedrò se lo colgo, e Apollo mi dia gloria». Disse, e scagliò contro Antinoo una freccia amara.

Costui stava per alzare il bel calice d'oro, lo teneva tra le mani, per bere il vino; e non pensava alla morte. Chi poteva pensare che un solo uomo tra tanti convitati, per quanto forte, gli avrebbe dato morte e nera Chera? Odisseo lo colpì alla gola con la freccia, e la punta uscì dall'altra parte del collo delicato. Egli piegò di lato, gli cadde di mano la coppa colpito, subito per le narici gli sgorgò denso un getto di sangue umano, e con il piede respinse in fretta la mensa allontanandola, e il cibo si versò a terra, il pane e la carne arrostita si insozzarono.
Prima parte

Il prudente Odisseo si tolse i vestiti da mendicante, balzò sulla soglia grande del palazzo con in mano l'arco e la faretra piena di frecce, e le frecce le riversò ai suoi piedi. Poi disse ai pretendenti: «Questa gara è finita; adesso miro a un bersaglio diverso, che nessuno ha mai raggiunto: vedremo se riesco a colpirlo, e che Apollo mi conceda gloria». Detto questo, scagliò una freccia contro Antinoo.

Antinoo stava per alzare il suo bel calice d'oro — lo teneva in mano, pronto a bere il vino — e non pensava minimamente alla morte. Come avrebbe potuto immaginare che un solo uomo, anche se forte, tra tanti commensali l'avrebbe ucciso? Odisseo lo colpì alla gola con la freccia, e la punta uscì dall'altro lato del collo. Antinoo si piegò di lato, il calice gli cadde di mano; dal naso gli sgorgò un fiotto di sangue. Con un calcio rovesciò la tavola imbandita, e il cibo — pane e carne arrostita — cadde a terra e si insozzò.
II parte

I pretendenti si tumultuarono per la sala quando videro l'uomo caduto, balzarono dai seggi per la sala, guardando alle pareti ben costruite: non c'era né scudo né lancia robusta da prendere. E rimproverarono Odisseo con parole irate: «Straniero, hai male mirato agli uomini; non gareggerai più ad altre gare; ora è certa per te la morte violenta! Hai ucciso il migliore dei giovani di Itaca; per questo ti divoreranno gli avvoltoi qui». Ognuno parlava così, credendo che avesse ucciso involontariamente. Stolti! Non sapevano che su tutti loro si era annodata la rete della morte.

Li guardò bieco e disse l'accorto Odisseo: «O cani, pensavate che non sarei mai tornato a casa dalla terra di Troia, e dilapidaste la mia casa, e per forza andavate a letto con le mie ancelle, e voi stessi, mentre ero ancora vivo, corteggiavate mia moglie, senza temere gli dèi che abitano il vasto cielo, né la punizione futura degli uomini: ora su tutti voi è annodata la rete della morte».
Seconda parte

I pretendenti si agitarono nella sala vedendo l'uomo caduto; balzarono in piedi e guardarono le pareti: non c'era né uno scudo né una lancia robusta da prendere. Rimproverarono Odisseo con parole furiose: «Straniero, hai fatto male a mirare agli uomini; non gareggerai più ad altre gare; adesso sei spacciato! Hai ucciso il migliore giovane di Itaca; per questo gli avvoltoi ti divoreranno qui». Ognuno parlava così, convinto che avesse ucciso per sbaglio. Sciocchi! Non sapevano che la rete della morte si era già stretta intorno a tutti loro.

Odisseo li guardò in cagnesco e disse: «O cani, pensavate che non sarei mai tornato da Troia, e avete dilapidato la mia casa, avete giaciuto con le mie ancelle con la forza, e voi stessi — mentre ero ancora vivo — corteggiavate mia moglie, senza alcun timore degli dèi del cielo né della vendetta degli uomini: ora la rete della morte è stretta intorno a voi tutti».
III parte

Disse così, e a tutti la verde paura afferrò le ginocchia; ognuno guardava come poteva salvarsi dalla morte ripida. Solo Eurimaco gli rispose e disse: «Se tu sei davvero Odisseo di Itaca tornato, hai ragione di dire che i pretendenti hanno compiuto molte e gravi sciocchezze nelle tue stanze e nella campagna. Ma giace già colui che ne era la causa, Antinoo: lui ha spinto a queste azioni; non aveva tanto voglia delle nozze, ma pensava ad altro, cosa che il figlio di Crono non ha compiuto: essere re degli Achei ben armati di Itaca dopo aver ucciso il tuo caro figlio. Ora però lui è stato ucciso secondo il destino; tu risparmia il tuo popolo; poi noi raccoglieremo in pubblico un rimborso per tutto quello che abbiamo mangiato e bevuto nelle tue stanze, ciascuno di noi porterà un valore di venti buoi, e ti daremo bronzo e oro fino a che il tuo cuore si plachi; prima di allora non c'è da biasimarti per l'ira». Li guardò bieco e disse l'accorto Odisseo: «Eurimaco, neppure se mi deste tutti i beni paterni e aggiungeste ancora altri, neppure allora fermerei le mie mani dalla strage, finché i pretendenti non abbiano pagato tutte le offese. Ora la scelta è davanti a voi: o combattere o fuggire, se qualcuno vuole evitare la morte e la Chera; ma penso che nessuno sfuggirà alla morte ripida». Disse così, e a loro si sciolsero le ginocchia e il cuore.
Terza parte

Così parlò, e tutti i pretendenti furono presi da un verde terrore; ognuno guardava come potesse salvarsi dalla morte. Solo Eurimaco gli rispose: «Se sei davvero Odisseo di Itaca tornato, hai ragione di rimproverare quello che i pretendenti hanno fatto nelle tue stanze e nella tua terra. Ma il responsabile di tutto, Antinoo, è già morto: lui spingeva a queste azioni, non tanto per voglia di sposarsi, quanto per ambizione di regnare su Itaca dopo aver eliminato tuo figlio. Ora però è stato punito dal destino; risparmia il tuo popolo: noi ti risarciremo pubblicamente di tutto quello che abbiamo mangiato e bevuto, ciascuno con il valore di venti buoi, e ti daremo bronzo e oro finché il tuo cuore sia placato; fino ad allora la tua ira è comprensibile». Odisseo lo guardò torvo e rispose: «Eurimaco, anche se mi restituiste tutti i beni di mio padre e ci aggiungeste altri ancora, non fermerei le mie mani dalla strage finché i pretendenti non abbiano pagato tutti gli oltraggi. Ora la scelta è la vostra: combattere o fuggire, se qualcuno vuole evitare la morte; ma credo che nessuno sfuggirà alla morte». Così disse, e a tutti si sciolsero le ginocchia e il cuore.
IV parte

Eurimaco di nuovo parlò, esortando i compagni: «Amici, costui non tratterrà le mani invincibili; ora che ha l'arco e la faretra liscia, tirerà dal limitare fin quando non avrà ucciso tutti noi: ricordiamoci di combattere. Sguainate le spade, tenete le mense contro le frecce che fanno morire, e gettiamoci tutti insieme su di lui, se forse lo spingiamo dalla soglia e dalla porta, andiamo per la città e subito si fa tumulto; così costui avrebbe scagliato per l'ultima volta». Detto così, sguainò la spada acuta, affilata da ambo i lati, e si gettò su Odisseo con un grido terribile. Ma il nobile Odisseo nello stesso momento scagliò una freccia e lo colpì al petto vicino alla mammella e conficcò nell'egato il dardo rapido. Gli cadde di mano la spada, si piegò e cadde sulla mensa, fece capitombolare a terra il cibo e il calice a due anse; con la fronte urtò il suolo nell'angoscia dell'anima, con i piedi scalciò il seggio e rovesciò il trono, e sugli occhi gli si versò tenebra.
Quarta parte

Eurimaco parlò di nuovo esortando i compagni: «Amici, quest'uomo non fermerà le sue mani invincibili; ora che ha l'arco e la faretra, tirerà dalla soglia finché non ci avrà uccisi tutti: ricordiamoci di combattere. Sguainate le spade, usate le tavole come scudi contro le frecce, e gettiamoci tutti insieme su di lui, cerchiamo di spingerlo via dalla soglia e dalla porta, poi corriamo in città a dare l'allarme; così quest'uomo avrebbe tirato per l'ultima volta». Detto questo, sguainò la spada affilata su entrambi i lati e si gettò su Odisseo con un grido terribile. Ma Odisseo in quell'istante scagliò una freccia e lo colpì al petto, vicino alla mammella, conficcandogli il dardo nel fegato. La spada gli cadde di mano, si piegò e cadde sulla tavola, facendo cadere a terra il cibo e il calice a due anse; con la fronte batté a terra nell'angoscia dell'anima, con i piedi scalciò il seggio e rovesciò il trono, e sugli occhi gli si versò tenebra.

 

2.3. Messaggio

Il libro XXII è il punto di arrivo di tutto ciò che il poema ha costruito nel tempo: la lunga attesa, l'umiliazione del travestimento, la pazienza di Penelope, la crescita di Telemaco. La vendetta non è una sorpresa improvvisa ma un piano meditato, preparato con la stessa mètis — l'intelligenza pratica — che ha sempre contraddistinto Odisseo. Ogni dettaglio è stato calcolato: le armi rimosse dalla sala, la posizione sulla soglia (dove non si può essere aggirati), la gara dell'arco come pretesto per avere l'arco in mano.

La morte di Antinoo è costruita con una crudeltà narrativa deliberata: il pretendente viene colpito mentre porta la coppa alle labbra, nel momento di massima spensieratezza. Omero sottolinea l'inconsapevolezza della vittima — «non pensava alla morte» — e questo rende il colpo ancora più repentino e definitivo per il lettore. È la fine di vent'anni di soprusi in un solo gesto.

Il discorso con cui Odisseo si rivela ai Proci è uno dei più carichi di significato morale del poema. Egli li accusa esplicitamente di tre colpe: aver dilapidato i suoi beni, aver abusato delle sue ancelle, aver corteggiato sua moglie. Ma la colpa più grave, agli occhi dell'etica omerica, è quella di averlo fatto «senza temere gli dèi» — cioè violando la legge divina dell'ospitalità e della giustizia. La vendetta di Odisseo non è quindi un atto privato di rabbia, ma il ristabilimento di un ordine cosmico violato.

Il tentativo di Eurimaco di patteggiare è significativo: offre oro e bronzo, promette risarcimenti. Odisseo rifiuta senza esitazione. Questa scena ribadisce che la giustizia epica non è negoziabile con il denaro: il sangue versato richiede sangue, non compensi economici. È un codice d'onore arcaico ma coerente con l'intera visione del mondo omerica.

La formula finale «sugli occhi gli si versò tenebra» è una delle espressioni più ricorrenti e potenti nell'epica greca per indicare la morte. L'immagine della tenebra che si riversa sugli occhi — come un liquido, come un velo — rende la morte qualcosa di fisico, di visibile, di improvviso. Non c'è dolore descritto, non c'è lamento: solo il buio che cade. È una formula che nel suo ripetersi acquista il valore di un ritornello funebre.

 

APPROFONDIMENTO>> La scena della vendetta di Odisseo ha avuto una fortuna enorme nella letteratura e nell'arte. Dante colloca Ulisse nell'Inferno (Canto XXVI) non per la vendetta sui Proci ma per l'astuzia del cavallo di Troia e per il folle volo oltre le Colonne d'Ercole — un Ulisse diverso, più moderno e inquieto. Tennyson nel suo poema Ulysses (1833) immagina invece un Odisseo anziano che non riesce a stare fermo a Itaca e riparte verso nuove avventure. Le due interpretazioni — l'eroe che finalmente torna a casa e l'eroe che non può fermarsi — mostrano come il personaggio di Odisseo sia abbastanza ricco da contenere entrambe le verità.

 

3. Lingua, stile e metrica

3.1. Forma metrica

Come tutto l'Odissea, il libro XXII è composto in esametri dattilici: versi di sei piedi, in cui il piede base è il dattilo (una sillaba lunga + due brevi), sostituibile con lo spondeo (due sillabe lunghe). L'esametro è il metro della grande epica greca e latina: lento e solenne, si adatta sia alle descrizioni distese sia ai dialoghi tesi.

3.2. Figure retoriche e stile

Il passo è ricco degli elementi stilistici tipici dell'epica omerica. Le formule fisse («l'accorto Odisseo», «la verde paura») sono espressioni cristallizzate che tornano più volte nel poema: nell'originale greco servivano all'aedo per costruire il verso al momento dell'esecuzione orale. Ogni personaggio ha il suo epiteto caratterizzante, che ne fissa l'identità in modo immediato.

La similitudine omerica è assente in questo preciso passo — la tensione narrativa è troppo alta per fermarsi a sviluppare paragoni distesi — ma il ritmo serrato delle azioni (balzò, riversò, parlò, scagliò) crea da solo un effetto di urgenza che sostituisce la lentezza delle similitudini.

Notevole è l'uso della formula della morte: «sugli occhi gli si versò tenebra». Si tratta di una delle cosiddette formule tipiche omeriche, immagini convenzionali che ricorrono in punti narrativi simili — la morte di un guerriero — e che nella loro ripetizione acquistano un valore quasi rituale. Il termine greco originale è skótos (σκ?τος), che significa appunto buio, tenebra.

Va infine segnalato il forte uso del contrasto: il banchetto festoso dei Proci (coppe, cibo, vino) si trasforma in un istante in una scena di morte (sangue, cadaveri, tavole rovesciate). Omero gioca deliberatamente con gli oggetti del simposio — la coppa, la mensa, il vino — che diventano gli stessi oggetti della carneficina.

 

NOTA>> L'espressione «verde paura» («χλωρ?ν δ?ος» in greco, chl?rón déos) è uno degli esempi più celebri di sinestesia nell'epica greca: un colore — il verde, il pallore livido — viene attribuito a una sensazione emotiva. Nel greco antico chl?rós indicava sia il colore verde-giallastro sia il pallore che prende il viso per lo spavento. La stessa radice è all'origine del termine moderno clorofilla.