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«O frati», dissi, 'che per cento milia, Divina Commedia, Inferno XXVI vv 112 - 120 - Dante Alighieri - Commento e parafrasi

«O frati», dissi, 'che per cento milia, Divina Commedia, Inferno XXVI vv 112 - 120 - Dante Alighieri - Commento e parafrasi
Autore: Sistema
Data: 03/05/2026
Tipo: Materiale didattico
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Il Canto XXVI dell'Inferno è uno dei più celebri dell'intera Divina Commedia. Dante vi incontra Ulisse, l'eroe greco dell'Odissea, condannato all'Inferno tra i consiglieri fraudolenti. Il canto è famoso soprattutto per il racconto che Ulisse fa della sua ultima, temeraria navigazione oltre i confini del mondo conosciuto.

 

1. Sintesi del Canto XXVI

Dante e Virgilio si trovano nell'ottavo cerchio dell'Inferno, nella bolgia dei consiglieri fraudolenti. Qui le anime sono avvolte in lingue di fuoco che le nascondono completamente: non i corpi bruciano, ma le anime stesse sono diventate fiamma, come in vita erano state ardenti di ingegno e di parola ingannatrice.

Dante scorge due fiamme che si muovono insieme, come se condividessero un'unica pena: sono Ulisse e Diomede, compagni in vita nelle più grandi astuzie della guerra di Troia — il cavallo di legno, il furto del Palladio, l'inganno a Achille. Virgilio si rivolge alla fiamma biforcuta e invita Ulisse a raccontare dove andò a morire. A questo punto Ulisse, parlando attraverso la fiamma, racconta la sua ultima avventura.

Ormai vecchio, dopo essere tornato ad Itaca, Ulisse non riuscì a resistere al desiderio di conoscere il mondo. Lasciò la moglie Penelope, il figlio Telemaco e il vecchio padre, e riprese il mare con i suoi fedeli compagni. Navigò attraverso il Mediterraneo, oltrepassò le Colonne d'Ercole — i pilastri eretti da Ercole come limite invalicabile del mondo — e si avventurò nell'Oceano Atlantico. Per spingere i compagni esausti ad andare avanti, pronunciò la celebre «orazion picciola», un breve e potentissimo discorso in cui li incitò a non rinunciare alla conoscenza. I compagni accolsero l'appello e si lanciarono nell'ignoto. Dopo cinque mesi di navigazione, videro in lontananza una montagna altissima, che Dante identifica con la montagna del Purgatorio. Ma prima di raggiungerla, dal mare si alzò una tempesta che fece girare la nave tre volte su se stessa e la inabissò. Ulisse conclude con le parole: «come altrui piacque», cioè così volle Dio.

 

2. L'«orazion picciola» (vv. 112–120): testo, parafrasi e commento

2.1. Argomento

I versi 112–120 contengono il discorso che Ulisse rivolge ai suoi compagni per convincerli a oltrepassare le Colonne d'Ercole. In tre terzine, Ulisse ricorda ai compagni chi sono — uomini nati per conoscere — e li sprona a non sprecare gli ultimi anni di vita restando fermi. La prima terzina (vv. 112–114) introduce il discorso come un breve appello pronunciato con voce commossa. La seconda terzina (vv. 115–117) invita i compagni a considerare la loro natura di esseri razionali e il destino di gloria che li attende. La terza terzina (vv. 118–120) conclude con l'immagine del «mondo sanza gente», il mondo dell'emisfero australe sconosciuto e privo di uomini, che Ulisse vuole esplorare seguendo il corso del sole.

 

2.2. Testo e parafrasi

TESTO PARAFRASI

I terzina (vv. 112–114)

«O frati», dissi, 'che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

«O fratelli» dissi, «voi che attraverso centomila pericoli siete arrivati fin qui, all'occidente, a questa così breve veglia

II terzina (vv. 115–117)

d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

dei nostri sensi che ci rimane ancora, non vogliate rinunciare all'esperienza, seguendo il sole, del mondo disabitato.

III terzina (vv. 118–120)

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza».

Pensate alla vostra origine: non siete stati creati per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e la conoscenza».

 

2.3. Messaggio

L'«orazion picciola» — «piccolo discorso» — è una delle pagine più dense e ambiziose dell'intera Commedia. In soli nove versi, Dante costruisce uno dei personaggi più moderni e contraddittori del poema.

Il cuore del discorso è il verso «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza»: gli esseri umani non sono bestie, la loro caratteristica distintiva è la ragione, e la ragione chiede di essere usata. L'ideale di Ulisse è nobile e potente: conoscere il mondo, non fermarsi, non rinunciare. Eppure Dante lo ha messo all'Inferno.

Perché? Perché la sete di conoscenza di Ulisse è smisurata, cioè supera i limiti che Dio ha posto all'uomo. Le Colonne d'Ercole erano un confine voluto da Dio, un «non oltre» che Ulisse ha deliberatamente ignorato. La sua grandezza è autentica, ma è anche la sua colpa: vuole arrivare dove solo a Dio è lecito arrivare, e lo fa usando la sua grande arte della parola per trascinare altri con sé verso la morte.

Vi è però una tensione profonda nel modo in cui Dante racconta tutto questo. Il Dante personaggio ascolta Ulisse in silenzio, quasi rapito. E il Dante poeta scrive questi versi con un'energia e una grandiosità che tradiscono ammirazione. Alcuni critici hanno parlato di una sorta di identificazione parziale di Dante con Ulisse: anche Dante compie un viaggio straordinario verso l'ignoto, anche lui è spinto dal desiderio di conoscere il massimo. La differenza è che il viaggio di Dante è voluto e guidato da Dio, mentre quello di Ulisse è compiuto da solo, contro l'ordine divino.

La parola «semenza» (v. 118) — «origine», «seme» — è fondamentale: l'uomo è «seme» di qualcosa di grande, è fatto per qualcosa che va oltre la semplice sopravvivenza. Ma questo «qualcosa di grande» va cercato nei limiti che Dio ha tracciato, non oltrepassandoli.

APPROFONDIMENTO>> L'Ulisse dantesco è radicalmente diverso dall'Ulisse omerico. Nell'Odissea di Omero, Ulisse torna a Itaca e vi rimane: la patria, la moglie, il figlio sono il suo traguardo. In Dante invece Ulisse non sa fermarsi: la famiglia lo annoia, il conosciuto lo opprime. Dante probabilmente non conosceva direttamente l'Odissea (il greco era quasi sconosciuto nell'Italia medievale), ma conosceva il personaggio attraverso fonti latine — soprattutto Virgilio, che nell'Eneide dipinge Ulisse come un impostore astuto e privo di scrupoli. Da questa tradizione latina Dante trae la sua visione: un Ulisse brillante e affascinante, ma moralmente condannato.

 

3. Lingua, stile e metrica

3.1. Forma metrica

Il canto è scritto in terzine di endecasillabi con schema di rime ABA BCB CDC… (rima incatenata o terza rima). L'«orazion picciola» si sviluppa esattamente in tre terzine — anche qui il numero tre, carico di significato nella Commedia, non è casuale.

3.2. Figure retoriche

L'apostrofe «O frati» (v. 112) apre il discorso con un appello diretto e fraterno, di forte impatto emotivo: Ulisse non si rivolge ai suoi «uomini» o «marinai» ma ai suoi «fratelli», creando un legame di solidarietà e destino comune. È una scelta retorica precisa, calcolata per abbattere le resistenze.

Al verso 119, la costruzione antitetica «non… a viver come bruti / ma per seguir» contrappone nettamente due possibilità: la vita animale e irrazionale da un lato, la vita degna dell'uomo dall'altro. L'antitesi rende il ragionamento di Ulisse estremamente efficace e difficile da controbattere.

Il polisindeto finale — «virtute e canoscenza» — unisce i due valori supremi dell'etica ulissea in un'unica formula lapidaria, destinata a restare impressa nella memoria.

Da notare anche la dieresi in «esperïenza» (v. 116), che separa la «i» dalla «e» per rispettare la misura dell'endecasillabo: è un adattamento metrico che non intacca la sonorità del verso.

NOTA>> L'antitesi (dal greco antíthesis, «opposizione») è una figura retorica che accosta due idee o immagini di significato opposto per metterle in contrasto. Esempi celebri: «war and peace» (Tolstoj); «Vivi come se dovessi morire domani, impara come se dovessi vivere per sempre» (Gandhi).