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Siede la terra dove nata fui - Divina Commedia, Inferno V, vv. 97- 142 - Dante Alighieri - Commento e parafrasi

Siede la terra dove nata fui - Divina Commedia, Inferno V, vv. 97- 142 - Dante Alighieri - Commento e parafrasi
Autore: Sistema
Data: 29/04/2026
Tipo: Materiale didattico
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Il quinto canto dell'Inferno si colloca nel secondo cerchio, dove sono puniti i lussuriosi. Dante, accompagnato da Virgilio, incontra le anime travolte da una bufera infernale. Tra queste, Dante chiede di parlare con due figure che si muovono unite: sono Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. Il canto è uno dei più celebri di tutta la Commedia.

1. Sintesi del canto

Dante e Virgilio si trovano nel secondo cerchio dell'Inferno, dove Minosse giudica le anime e le condanna al cerchio appropriato. Il luogo è dominato da una bufera incessante che sbatte e travolge le anime dei lussuriosi, senza mai concedere loro riposo: il vento eterno è il contrappasso della passione che in vita travolse la loro ragione.

Virgilio indica a Dante una serie di grandi figure storiche e mitologiche condannate in questo cerchio: Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano. Dante è profondamente turbato da questo spettacolo e chiede di poter parlare con due anime che vede muoversi insieme, leggere nel vento come colombe. Virgilio lo accontenta.

Francesca prende la parola e racconta la sua storia con delicatezza e dolore. Nata a Ravenna, fu data in moglie a Gianciotto Malatesta, uomo deforme, ma si innamorò del cognato Paolo. Un giorno i due stavano leggendo insieme la storia di Lancillotto e Ginevra: la lettura li avvicinò sempre di più, fino al fatale bacio. Da quel momento non lessero più oltre. Gianciotto li sorprese e li uccise entrambi; i due sono ora uniti per sempre nella pena infernale. Dante, mosso da pietà, sviene.

 

2. Testo, parafrasi e commento dei versi

2.1. Argomento

I versi 97–142 contengono il discorso di Francesca a Dante, diviso in tre momenti distinti.

Nei versi 97–107 Francesca pronuncia le tre celebri terzine sull'amore, costruite in forma di anafora. In ciascuna terzina l'inizio «Amor» presenta l'amore come una forza inesorabile che non perdona: dapprima come sentimento che nasce nel cuore gentile, poi come forza che costringe ad amare chi è amato, infine come causa della morte dei due amanti. Francesca non si pente e non attribuisce a se stessa la responsabilità: la colpa è dell'Amore, presentato quasi come una divinità.

Nei versi 109–120 Francesca risponde alla domanda di Dante («Come e in qual modo concedeste / all'amore che vi fece conoscere i dubbiosi desiri?») e racconta l'episodio del libro di Lancillotto. I due erano soli e leggevano per diletto; la lettura li portò progressivamente più vicini. Un verso del libro descrisse il bacio di Lancillotto a Ginevra: e Paolo, «questi», baciò Francesca. Da quel momento il libro non fu più letto: «Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse», cioè il libro fece da intermediario come Galeotto fece da mezzano tra Lancillotto e Ginevra.

Nei versi 121–138 Dante sviene per la commozione, sopraffatto dalla pietà per i due amanti.

 

2.2. Testo e parafrasi

TESTO PARAFRASI
I terzina (vv. 97–99)
«Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.»
«L'Amore, che non permette a nessun amato di non ricambiare, mi prese della bellezza di costui con tale forza che, come vedi, ancora adesso non mi lascia.»
II terzina (vv. 100–102)
«Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.»


«Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.»
«L'Amore portò entrambi a una sola morte. La Caina (la zona dell'Inferno riservata ai traditori dei parenti) aspetta colui che ci tolse la vita.»
vv. 109–117
«Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.»
«Un giorno stavamo leggendo per piacere di come l'Amore avesse preso Lancillotto; eravamo soli e senza alcun sospetto. Più volte quella lettura spinse i nostri occhi a incrociarsi e ci fece impallidire; ma fu solo un punto preciso a vincerci. Quando leggemmo che la tanto desiderata bocca sorridente fu baciata da quel grande cavaliere, questi, che non sarà mai separato da me, mi baciò sulla bocca tutto tremante.»
v. 137
«Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse.»
«Il libro fece da mezzano (come il personaggio Galeotto fece da intermediario tra Lancillotto e Ginevra) tra noi, e lo stesso fece chi lo scrisse.»

 

2.3. Messaggio

Il quinto canto è forse il luogo della Commedia in cui la tensione tra Dante-personaggio e Dante-autore si fa più acuta e più commovente. Da un lato c'è la condanna teologica, chiara e inappellabile: Paolo e Francesca si trovano all'Inferno, e ci resteranno per sempre. Dall'altro c'è la reazione umana di Dante-pellegrino, che ascolta il racconto di Francesca con crescente turbamento, le rivolge parole di pietà («Francesca, i tuoi martìri / a lagrimar mi fanno tristo e pio»), e alla fine sviene — cade «come corpo morto cade». Non è un cedimento della fede, ma l'irruzione della compassione: Dante capisce, sente, quasi rivive quella storia d'amore nei propri sentimenti.

Questo sdoppiamento è il cuore del canto. Dante-autore sa che i due hanno peccato e sono giustamente puniti: hanno lasciato che la passione sopraffacesse la ragione, che avrebbe dovuto guidarli verso il bene. Il contrappasso lo dice con chiarezza: come in vita furono travolti dalla passione, così in eterno sono travolti dalla bufera che non dà mai tregua. Ma Dante-personaggio non riesce a essere giudice freddo. Sente la bellezza di quella storia, la riconosce, forse la teme in se stesso — e si lascia vincere dall'emozione.

Le tre terzine sull'Amore, costruite sull'anafora di «Amor», riflettono la concezione dell'amore tipica della lirica cortese e dello Stilnovo, tradizione di cui Dante stesso era stato parte: l'amore nasce nel «cor gentile», è una forza irresistibile che non perdona, trascina chi ama verso chi è amato. Francesca usa il linguaggio che Dante conosce benissimo, quello che lui stesso ha usato nelle sue rime giovanili. È come se parlasse la sua stessa lingua poetica. E questo — più di qualunque altro elemento — spiega perché Dante-personaggio non riesce a restare distante: in quelle parole riconosce qualcosa di sé.

Francesca, tuttavia, è una narratrice di parte: racconta gli eventi in modo da suscitare comprensione, scaricando ogni responsabilità sull'Amore come su una forza esterna e inarrestabile. Non si pente, non chiede perdono a Dio, non mostra consapevolezza della colpa. Dal punto di vista della teologia cristiana su cui si regge l'intera Commedia, questo è il vero peccato che la condanna: non tanto l'amore in sé, ma il rifiuto di riconoscere la propria libertà e responsabilità. La volontà libera avrebbe potuto resistere; Francesca sceglie di non vederlo.

Eppure c'è un aspetto di questi stessi versi che merita una lettura diversa, e forse ancora più commovente. Quando Francesca dice «ancor non m'abbandona», sta dicendo qualcosa di straordinario: quell'amore è ancora lì. Non si è spento con la morte, non lo ha cancellato la dannazione. Paolo e Francesca sono all'Inferno, ma si amano ancora. La bufera li travolge insieme, non li separa. In questo senso i versi sull'Amore non sono solo una difesa: sono anche la testimonianza di un sentimento che sopravvive a tutto, persino all'eternità della pena. È questo che strappa le lacrime a Dante — e al lettore. Non la tragedia della morte, ma quella ancora più grande di un amore vivo dentro una condanna senza fine.

 I due aspetti — l'amore eterno e la colpa non riconosciuta — non si escludono: convivono nello stesso verso, e proprio questa convivenza rende il canto inesauribile.

Paolo non pronuncia una sola parola: piange in silenzio per tutto il tempo. Questo silenzio è uno dei gesti più potenti del canto. Dante non gli dà voce, e il lettore non sa cosa provi veramente. Forse il pianto di Paolo è più autentico del discorso di Francesca: non cerca di spiegarsi, non si difende, non costruisce una narrazione. Piange e basta.

Il verso «Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse» ha una risonanza particolare per Dante-autore: è un'accusa alla letteratura, al romanzo cavalleresco, alla parola scritta come strumento di seduzione. Ma è anche, implicitamente, una riflessione sul proprio lavoro. La Commedia stessa è un libro che racconta storie d'amore, di passione, di bellezza. Dante sa che le parole hanno potere, e si interroga — con inquietudine — sulla responsabilità di chi scrive.

APPROFONDIMENTO>> La storia di Lancillotto e Ginevra è narrata nel ciclo bretone arturiano. Lancillotto è il più valoroso cavaliere della Tavola Rotonda e ama la regina Ginevra, moglie di re Artù. Il personaggio di Galeotto (o Galehaut) è il nobile che favorisce il loro incontro, facendo da intermediario. Da qui il termine italiano galeotto come sinonimo di «mezzano, complice». Dante, che conosceva queste storie attraverso le traduzioni francesi diffuse nel XIII secolo, trasforma il nome in una categoria morale.

 

APPROFONDIMENTO>> Francesca da Rimini fu una figura storica reale. Figlia di Guido da Polenta signore di Ravenna, fu data in sposa verso il 1275 a Gianciotto Malatesta di Rimini per ragioni politiche. Si innamorò del cognato Paolo Malatesta, fratello di Gianciotto. Gianciotto li sorprese e li uccise entrambi, probabilmente intorno al 1285. Dante, che scrisse la Commedia tra il 1304 e il 1321 circa, conosceva quasi certamente questa vicenda: era nipote di Francesca il signore Guido Novello da Polenta, che ospitò Dante a Ravenna negli ultimi anni della sua vita.

 

3. Lingua, stile e metrica

3.1. Forma metrica

I versi sono in endecasillabi (11 sillabe), raggruppati in terzine a rima incatenata (schema ABA BCB CDC…), la forma metrica inventata da Dante per la Commedia. Lo schema delle rime è continuo e senza fine: ogni terzina è legata alla successiva, metafora di un cammino che non si interrompe mai — proprio come la pena dei dannati.

3.2. Figure retoriche

La figura retorica dominante è l'anafora di «Amor» all'inizio delle tre terzine (vv. 97, 100, 103): il nome dell'Amore apre ogni strofa come un'invocazione, sottolineando l'inesorabilità della forza che ha travolto Francesca. L'effetto è quasi litanico, solenne, che eleva il discorso a lamento poetico.

Al verso 82 è presente una similitudine celebre: le due anime volano verso Dante «come colombe dal disio chiamate» — immagine di dolcezza e tenerezza che contrasta con il contesto infernale. La similitudine è uno strumento frequentissimo in Dante, spesso usato per avvicinare al lettore realtà lontane o soprannaturali.

Al verso 137 troviamo una antonomasia: «Galeotto» diventa il nome comune per indicare il mezzano, il complice nell'amore illecito.

NOTA>> L'anafora (dal greco ?ναφορ?, «ripetizione») è la figura retorica che consiste nel ripetere la stessa parola o gruppo di parole all'inizio di versi o frasi successive. Crea un effetto di insistenza, solennità o martellamento emotivo. Esempi celebri: «Per me si va nella città dolente, / per me si va nell'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente» (Dante, Inf. III, 1–3); «Fratelli d'Italia, / l'Italia s'è desta» (Mameli, Inno nazionale); «I have a dream… I have a dream…» (Martin Luther King, 1963).