Il Terzo canto dell'Inferno segna il vero ingresso nel regno dei morti: Dante e Virgilio varcano la porta dell'Inferno e si trovano di fronte alle prime anime dannate. È un canto di passaggio e di soglie, dominato dalla paura e da un'atmosfera cupa e solenne.
1. Sintesi del Canto III
Il canto si apre con le parole incise sulla porta dell'Inferno, che annunciano a chi entra che ogni speranza è perduta per sempre. Dante le legge con terrore; Virgilio lo rassicura e lo guida oltre la soglia. Appena entrati, i due si trovano nell'Antinferno, riservato agli ignavi — coloro che in vita non scelsero mai né il bene né il male — condannati a correre per l'eternità inseguiti da insetti che li pungono. Poco oltre, giungono sulla riva del fiume Acheronte, dove il demonio Caronte traghetta le anime verso l'Inferno. Scaccia Dante con violenza, ma Virgilio lo zittisce invocando la volontà divina. Prima di varcare la soglia, Virgilio aveva già confortato Dante leggendo l'iscrizione: lo aveva preso per mano mostrandogli un volto sereno, incoraggiandolo a non cedere alla paura e a lasciare ogni esitazione. La terra trema, un lampo abbaglia, e Dante sviene per la paura.
2. I versi 1–9: testo, parafrasi e commento
2.1. Argomento delle tre terzine
I primi nove versi del canto (tre terzine) riportano le parole incise sulla porta dell'Inferno. Iscrizioni sulle porte delle città medievali erano una pratica comune: servivano a dichiarare il nome, la gloria o le leggi della città a chi entrava. Dante riprende questa tradizione e la trasforma in qualcosa di ben più solenne. La particolarità stilistica più immediata è che la porta parla in prima persona: non è Dante a descriverla, ma è lei stessa a pronunciare le proprie parole, come se l'iscrizione si animasse davanti al pellegrino. Questo conferisce ai versi una forza quasi soprannaturale.
Nella prima terzina (vv. 1–3) la porta descrive se stessa come l'ingresso alla città del dolore eterno e alla perdizione definitiva. Nella seconda terzina (vv. 4–6) rivela chi l'ha creata: non un essere malvagio, ma Dio stesso nella pienezza delle sue tre nature — potenza, sapienza e amore — spinto da un atto di giustizia. Nella terza terzina (vv. 7–9) afferma la propria eternità e si chiude con il verso più famoso dell'intera Commedia: «Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate».
2.2. Testo e parafrasi
| TESTO | PARAFRASI |
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I terzina (vv. 1–3) Per me si va ne la città dolente, |
Attraverso di me si entra nella città del dolore, attraverso di me si entra nel dolore eterno, attraverso di me si entra tra la gente perduta per sempre. |
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II terzina (vv. 4–6) Giustizia mosse il mio alto fattore; |
La giustizia spinse il mio eccelso creatore; a farmi furono la potenza divina, la somma sapienza e il primo amore [cioè tutta la Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo]. |
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III terzina (vv. 7–9) Dinanzi a me non fuor cose create |
Prima di me non fu creata alcuna cosa temporale [solo le cose eterne: gli angeli e il cielo], e io duro in eterno. Abbandonate ogni speranza, voi che entrate. |
2.3. Messaggio
Il messaggio di questi nove versi è costruito con grande precisione. Il punto spesso trascurato ma fondamentale è la seconda terzina: la porta dell'Inferno è stata creata da Dio, per un atto di giustizia. L'Inferno non è il regno del caso o del male fine a se stesso: è la conseguenza inevitabile del libero arbitrio. Chi ha scelto liberamente il male in vita, senza pentirsi, riceve in eterno ciò che ha scelto.
Il paradosso più profondo è che la porta sia stata costruita anche dal «primo amore», cioè da Dio nella sua natura di amore. Dante segue qui il pensiero di Tommaso d'Aquino: condannare chi ha liberamente rifiutato il bene è anch'esso un atto d'amore verso la giustizia e verso l'ordine del creato.
Il verso conclusivo — «Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate» — è la conseguenza di tutto questo ragionamento: chi entra nell'Inferno ha già ricevuto il giudizio definitivo. La speranza appartiene ai vivi, non ai dannati. È importante notare che Dante scrive «voi ch'intrate» e non «voi ch'entrate»: un plurale che include chiunque varchi quella soglia, ma che nel momento della lettura interpella direttamente anche il lettore.
Vale la pena osservare con attenzione la frequenza con cui ricorrono certi concetti nell'iscrizione: la parola dolore appare due volte (vv. 1 e 2), mentre il concetto di eternità — attraverso «etterno», «etterne» e «etterno» — ricorre tre volte (vv. 2, 7 e 8). Non è un caso: Dante costruisce l'iscrizione come una martellante insistenza su ciò che definisce l'Inferno, cioè un dolore che non finirà mai.
3. Lingua, stile e metrica
3.1. La forma metrica
Come tutto il poema, anche questi versi sono scritti in terzine di endecasillabi a rima incatenata, schema ABA BCB CDC. Vale la pena notare che l'iscrizione sulla porta è composta esattamente da tre terzine: anche la struttura formale rispecchia il simbolismo del numero tre che attraversa tutta la Commedia e richiama la Trinità.
3.2. Figure retoriche
La figura retorica dominante nella prima terzina è l'anafora: la ripetizione di «Per me si va» all'inizio di ciascuno dei tre versi crea un ritmo solenne e martellante, come il rintocco di una campana o la lettura di una sentenza che non ammette repliche. Ogni ripetizione aggiunge un nuovo attributo dell'Inferno («città dolente», «etterno dolore», «perduta gente»), amplificando progressivamente il senso di inevitabilità e di perdizione totale.
Al verso 5 è presente una dieresi sulla parola sapïenza (le due vocali i e e si pronunciano separatamente): è un espediente metrico che Dante usa per ottenere il numero esatto di sillabe dell'endecasillabo.