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Nel mezzo del cammin di nostra vita, da Inferno I, vv 1-12 - Dante Alighieri - Commento e parafrasi

Nel mezzo del cammin di nostra vita, da Inferno I, vv 1-12 - Dante Alighieri - Commento e parafrasi
Autore: Sistema
Data: 24/04/2026
Tipo: Materiale didattico
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Inferno Canto I – Smarrimento nella selva oscura | Tutto Dante - Dante Alighieri - Tutto Dante

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Inferno Canto I – Smarrimento nella selva oscura | Tutto Dante - Dante Alighieri - Tutto Dante - n questo episodio, Roberto Benigni declama e interpreta con passione e chiarezza il celebre canto della Divina Commedia. Attraverso il suo stile unico, l’attore ci guida tra i versi danteschi rendendoli accessibili, emozionanti e attuali. • Durata 1:03:36

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Gassman legge Dante - Inferno, Canto I - Doctor Quid

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Gassman legge Dante - Inferno, Canto I - Doctor Quid - Vittorio Gassman legge una selezione di Canti della Divina Commedia. Regia di Rubino Rubini. Italia, 1993. • Durata: 15:00

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Il Primo canto dell'Inferno svolge la funzione di proemio per l'intera Divina Commedia: il viaggio nell'aldilà non ha ancora inizio, ma vengono poste le condizioni perché avvenga. In questo canto Dante si perde, affronta le tre fiere, incontra Virgilio e accetta di mettersi in cammino.

 

1. Sintesi del Canto I

Il canto si apre con Dante smarrito in una selva oscura, immagine che rappresenta il peccato e l'allontanamento dalla vita retta. Il poeta non sa spiegarsi come vi sia finito dentro, e il senso di oppressione che prova è quasi insostenibile. A un certo punto scorge una collina inondata di luce solare, simbolo della Grazia divina: la visione lo rinfranca, e il sollievo che sente assomiglia a quello di chi, superstite di un naufragio, guarda dalla riva il mare tempestoso che ha attraversato.

Nel tentativo di salire la collina, però, si trova di fronte a tre bestie feroci che lo costringono a tornare indietro: una lonza (lussuria), un leone (superbia) e una lupa (avarizia). È a questo punto che gli compare l'ombra di Virgilio, il poeta dell'antica Roma, figura allegorica della ragione. Dante lo prega di aiutarlo; Virgilio accetta e gli propone un percorso alternativo: lo guiderà attraverso l'Inferno e il Purgatorio. Quando si tratterà di entrare in Paradiso, una guida più elevata prenderà il suo posto: Beatrice, che incarna la Grazia e la rivelazione divina. Dante non ha esitazioni: accetta e si mette in cammino.

 

2. I versi 1–12: testo, parafrasi e commento

2.1. Argomento delle quattro terzine

Le prime quattro terzine (vv. 1–12) costituiscono l'attacco del poema. Con la prima terzina (vv. 1–3) Dante introduce la situazione: a metà della sua esistenza si ritrova sperduto in un luogo oscuro, avendo perduto ogni orientamento morale. Nelle seconda e terza terzina (vv. 4–9) il poeta riflette sulla difficoltà di mettere in parole quell'esperienza — il semplice ricordarla è già fonte di terrore — eppure annuncia che lo farà, perché vuole arrivare a raccontare il bene che ne è derivato: si tratta, in fondo, del meccanismo stesso della commedia, genere che muove da una situazione di sofferenza per approdare a un esito felice. Con la quarta terzina (vv. 10–12) Dante confessa di non sapere con esattezza come sia entrato in quella condizione: la sua ragione era come addormentata, e proprio quel torpore gli aveva fatto abbandonare la strada giusta.

 

2.2. Testo e parafrasi

 

TESTO PARAFRASI

I terzina (vv. 1–3)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
che la diritta via era smarrita.

A metà del cammino della nostra vita mi ritrovai in un buio bosco, perché avevo perso il giusto percorso.

II terzina (vv. 4–6)

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Ahimè, com'è difficile descrivere com'era questo bosco selvaggio, impenetrabile e ostile, che al solo pensiero fa tornare in me l'orrore!

III terzina (vv. 7–9)

Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

[La selva] è tanto angosciante che la morte lo è appena di più; ma per parlare del bene che vi trovai, racconterò [prima] le altre cose che lì ho visto.

IV terzina (vv. 10–12)

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Non so descrivere bene come vi entrai, tanto ero assopito nella ragione nel momento in cui abbandonai la strada giusta.

 

2.3. Messaggio

Questi dodici versi contengono uno dei messaggi più intensi e profondi dell'intera opera. Dante colloca il proprio smarrimento intorno ai 35 anni: secondo il Salmo 89 della Bibbia, gli anni di una vita umana sono settanta, e il «mezzo del cammin» corrisponde quindi a quella soglia. In quel momento egli si è lasciato trascinare dal peccato — la selva oscura — e ha abbandonato la diritta via, ossia la condotta moralmente retta. Raccontare che cosa significhi trovarsi in quella condizione è quasi impossibile: il peccato è una realtà spaventosa, paragonabile alla morte stessa, e lo stato in cui Dante si trovava non era quello di una persona che ragiona lucidamente, ma di chi ha la mente annebbiata — «pien di sonno» — e non è più in grado di distinguere il bene dal male.

Va sottolineato un dettaglio cruciale: Dante sceglie di scrivere «nostra vita» anziché «mia vita». Con questa scelta il poeta segnala fin dal primo verso che la sua vicenda non è solo personale, ma vale per ogni essere umano: chiunque, a un certo punto dell'esistenza, rischia di smarrirsi. Altrettanto significativo è il verbo: la via «era smarrita», non «era perduta». Ciò che si perde non si ritrova più; ciò che si smarrisce, invece, può essere ritrovato. Fin dall'incipit, dunque, Dante apre uno spiraglio di speranza.

 

APPROFONDIMENTO>> Il calcolo dell'età di Dante nei versi iniziali non è casuale. Poiché la Bibbia (Salmo 89) fissa in settanta anni la durata ordinaria della vita umana, la metà esatta corrisponde a 35 anni. Dante era nato nel 1265, dunque il viaggio nell'aldilà è ambientato nel 1300, anno del primo Giubileo indetto da papa Bonifacio VIII — un anno di grande rilevanza spirituale e storica. Dante fa quindi coincidere la sua crisi personale con un momento di grande significato per tutta la cristianità.

 

3. Lingua, stile e metrica

3.1. La forma metrica

La Divina Commedia è composta in terzine di endecasillabi a rima incatenata, con schema ABA BCB CDC … YZY Z. Ogni singolo verso conta undici sillabe. Il sistema delle rime è detto «incatenato» perché il verso centrale di ogni terzina anticipa la rima che aprirà la terzina successiva, creando così un filo continuo che attraversa l'intero poema senza mai spezzarsi.

3.2. Figure retoriche

Al verso 5 si incontra una delle alliterazioni più note della letteratura italiana: «esta selva selvaggia e aspra e forte». La concentrazione dei suoni duri s e sp produce un effetto fonico aspro e sgradevole, che imita sul piano sonoro il carattere ostile e impenetrabile del luogo descritto. Si tratta di un esempio perfetto di come Dante usi la musica del verso per rafforzare il significato delle parole.

Al verso 3 è inoltre presente un iperbato: la congiunzione «che» con valore causale è collocata in apertura della terzina anziché nella posizione logicamente attesa. L'ordine sintattico naturale sarebbe «la diritta via era smarrita, perché…», ma Dante inverte la struttura per dare maggiore risalto all'immagine della selva oscura, che chiude la terzina precedente e domina l'intero quadro iniziale.

 

NOTA>> L'alliterazione è una figura retorica che consiste nella ripetizione dello stesso suono o della stessa lettera all'inizio di parole vicine, all'interno di uno stesso verso o in versi ravvicinati. Il termine viene dal latino ad litteram. È uno degli strumenti più antichi della poesia: lo usavano già i poeti latini e greci, e continua a essere diffusissimo anche nella lirica moderna. Oltre all'esempio dantesco, si pensi a Petrarca: «Solo e pensoso i più deserti campi».