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Ulisse sull'isola dei Ciclopi - L'Odissea - #5 - Storia e Mitologia Illustrate Storia e Mitologia Illustrate
YouTubeUlisse sull'isola dei Ciclopi - L'Odissea - #5 - Storia e Mitologia Illustrate Storia e Mitologia Illustrate • Durata: 6:09
L'episodio di Polifemo è uno dei più celebri dell'Odissea. Si trova nel Canto IX e racconta l'avventura più pericolosa di Ulisse: la prigionia nella grotta del Ciclope, da cui l'eroe riesce a salvarsi solo grazie alla sua straordinaria astuzia.
1. Il testo
1.1. Nell'antro di Polifemo
Là, acceso un fuoco, facemmo offerte e prendemmo e mangiammo formaggi, aspettandolo lì dentro, seduti, finché tornò dai pascoli; portava un carico greve di legna secca, per accendere il fuoco della cena. E dentro l'antro gettandolo, produsse rimbombo; noi atterriti balzammo sul fondo della caverna. Lui nell'ampia spelonca spinse le pingui pecore, quante ne aveva da mungere, ma i maschi li lasciò fuori, montoni, caproni, all'aperto nell'alto steccato. Poi, sollevandolo, aggiustò un masso enorme, pesante, che chiudeva la porta: io dico che ventidue carri buoni, da quattro ruote, non l'avrebbero smosso da terra, tale enorme macigno, scosceso, mise a chiudere la porta. Poi, seduto, mungeva le pecore e le capre belanti, ognuna per ordine, e cacciò sotto a tutte il lattonzolo. E subito cagliò una metà del candido latte, e, rappreso, lo mise nei canestrelli intrecciati; metà nei boccali lo tenne, per averne da prendere e bere.
Quando ebbe compiuto ogni lavoro in fretta, accese il fuoco e ci vide. Allora ci disse: «Stranieri, chi siete? Da dove navigate le rotte del mare? Andate forse errando per qualche commercio, o siete predoni, che vagano rischiando la vita, portando danno agli altri?»
Così disse, e a noi si spezzò il cuore, per la voce profonda e il mostro enorme. Ma io gli risposi: «Siamo Achei, veniamo da Troia, dispersi dai venti su tutti i mari. Vogliamo tornare in patria, ma Zeus ci ha portato su altre strade. Siamo guerrieri di Agamennone, figlio di Atreo. Tu, potente, onorano gli dèi: siamo tuoi supplici. Zeus protegge i supplici e gli ospiti, Zeus Xenio, che accompagna gli ospiti e li fa onorare.»
Così dissi; e lui subito mi rispose con cuore spietato: «Sei sciocco, straniero, o vieni da molto lontano, tu che mi inviti a temere o a rispettare gli dèi. I Ciclopi non si curano di Zeus né degli altri dèi, perché siamo ben più forti di loro. Neppure io risparmierò te e i tuoi compagni, a meno che non me lo dica il mio cuore. Ma dimmi: dov'è la tua nave?»
Così disse, cercando di ingannarmi; ma io, esperto d'ogni cosa, gli risposi con parole false: «La mia nave Poseidone che scuote la terra l'ha distrutta, scaraventandola contro gli scogli al limite della vostra terra; il vento la portò contro una roccia. Noi ci salviamo dalla morte ripida.»
Così dissi; e lui, senza rispondere, con cuore spietato, balzò sulle mani e afferrò due dei miei compagni: li sbatté a terra come cuccioli; sprizzò il cervello e bagnò il suolo. Li squartò membro a membro e si preparò la cena: mangiava come un leone cresciuto sui monti, niente lasciava, né interiora, né carni, né ossa midollate. Noi, piangendo, tendevamo le mani a Zeus, vedendo le opere crudeli; e l'impotenza prendeva il cuore.
Quando il Ciclope ebbe riempito il ventre mangiando carne umana e bevendo latte puro, si distese dentro la caverna, in mezzo alle pecore. Io allora pensai di avvicinarmi, estrarre la spada e colpirlo nel petto. Ma mi fermò un altro pensiero: avremmo trovato la morte anche noi, incapaci di spostare con le mani la grande roccia che aveva messo all'uscita. Così, lamentandoci, aspettammo l'Aurora divina.
1.2. Il piano di Ulisse
Quando al mattino apparve l'Aurora dalle dita rosee, Polifemo accese di nuovo il fuoco, munse le pecore, tutte per ordine, e cacciò sotto a ognuna il lattonzolo. Poi, quando ebbe finito il suo lavoro in fretta, afferrò altri due uomini e si preparò il pasto. Dopo aver mangiato, spinse fuori le pecore pingui, togliendo senza fatica l'enorme masso; subito ve lo rimise, come se rimettesse il coperchio alla faretra, e con un lungo fischio guidò il suo gregge verso il monte.
Io rimasi a meditare vendetta. C'era nel covo un grande tronco verde d'olivo, che il Ciclope aveva tagliato per portarlo poi secco come bastone: a vederlo sembrava grande come l'albero di una nave da venti banchi, tanto era lungo e grosso. Ne tagliai una parte lunga sei piedi, la diedi ai compagni perché la levigassero, e io ne aguzzai un'estremità, poi la indurii nel fuoco ardente e la nascosi sotto il letame che era sparso per tutta la caverna. Poi dissi ai compagni di tirare a sorte chi dovesse aiutarmi ad alzare il palo e girarlo nell'occhio del Ciclope quando il sonno lo avesse preso. Caddero a sorte quattro, e io feci il quinto.
A sera il Ciclope tornò con il gregge dal bel vello. Spinse nell'ampia caverna tutte le sue pecore pingui, nessuna ne lasciò nell'alto steccato. Poi, sollevato il grande masso, lo sistemò all'entrata, si sedette a mungere le pecore e le capre belanti, tutte per ordine, e cacciò sotto a ognuna il suo piccolo. Quando ebbe finito in fretta, afferrò di nuovo due uomini e preparò la sua cena.
1.3. L'accecamento e la fuga
Allora io mi avvicinai al Ciclope con un boccale di vino nero: «Ciclope, bevi un po' di vino, dopo che hai mangiato carne umana; voglio che tu senta che liquore portava la nostra nave.» Così dissi; lui lo prese e lo tracannò, e gli piacque moltissimo il dolce liquido. Me ne chiese ancora: «Dammene ancora, e dimmi il tuo nome, ora e subito, per darti un dono ospitale di cui rallegrarti.» Gli versai di nuovo il vino lucente: tre volte gliene diedi, tre volte lo tracannò stolto. Quando il vino raggiunse il cervello del Ciclope, allora gli parlai con parole dolci: «Ciclope, mi chiedi il mio nome glorioso? Te lo dirò. Il mio nome è Nessuno; Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti i compagni.»
Così dissi; e lui mi rispose subito con cuore crudele: «Nessuno lo mangerò per ultimo, dopo i compagni; questo sarà il dono ospitale per te.» Detto così, cadde riverso e giacque con il gran collo reclinato; e il sonno che tutto vince lo prese, e dal gorgozzule gli usciva il vino e pezzi di carne umana: ruttava ubriaco.
Allora io spinsi il palo sotto la cenere calda, finché si arroventò; e con parole incitavo i compagni, perché nessuno si tirasse indietro per paura. Quando il palo d'olivo stava per prendere fuoco, verde com'era, tutto incandescente, lo tolsi dal fuoco; e i compagni intorno a me lo reggevano. Un dio ci infuse grande coraggio. Loro reggevamo il palo aguzzo e lo conficcare nell'occhio; e io dall'alto vi facevo pressione, girandolo. Come quando un fabbro immerge nell'acqua fredda la grande ascia o la scure, che stride fortemente — ché questo è il vigore del ferro — così strideva l'occhio intorno al palo di legno d'olivo. Mandò un urlo enorme; la roccia risuonò; e noi, atterriti, indietreggiammo.
Gridò ai Ciclopi, che abitavano intorno sulle cime ventose. Udendo il grido, accorsero chi di qua chi di là, e stando intorno alla grotta chiedevano: «Polifemo, perché urli così nella notte? Qualcuno ti ruba le greggi? Qualcuno ti uccide con l'inganno o con la forza?» E Polifemo dall'antro rispose: «Nessuno, amici, mi uccide con l'inganno, e non con la forza!» E quelli gli risposero: «Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo, la malattia che manda Zeus non si può evitare; prega piuttosto tuo padre, il re Poseidone.» Così dicendo se ne andarono; e il mio cuore rideva, perché il nome e la bella trovata li aveva ingannati.
Il Ciclope, gemendo e straziato dal dolore, a tentoni tolse dalla porta il gran masso e si sedette in mezzo all'uscita, a braccia distese, per afferrare chi uscisse tra le pecore. Io intanto pensai al modo migliore per salvarci. Legai i montoni a tre a tre con vimini torti, e quello di mezzo portava un uomo, i due ai lati lo proteggevano. Per me presi l'ariete migliore di tutto il gregge, mi stesi sotto il suo ventre lanoso e, con le mani affondate nel fitto vello, mi tenni appeso con cuore paziente. Così, gemendo, aspettammo l'Aurora. Quando al mattino apparve l'Aurora dalle dita rosee, i maschi si lanciarono al pascolo; le femmine, non munte, belavano intorno ai recinti. Il padrone, straziato dai dolori, palpava il dorso di tutti i montoni che passavano; e non si accorse, lo stolto, che i miei compagni erano legati sotto i loro ventri lanosi. Per ultimo uscì l'ariete, appesantito dal vello e da me, con i miei pensieri astuti. Appena fummo fuori dalla grotta, io mi staccai dall'ariete e liberai i compagni; in fretta spingemmo le pecore fino alla nave.
2. Comprensione del testo
2.1. La struttura narrativa
L'episodio si articola in cinque momenti ben distinti:
| Momento | Che cosa accade | Elemento chiave |
|---|---|---|
| 1 | Ulisse e i compagni entrano nella grotta | Ulisse vuole conoscere il Ciclope e rifiuta di fuggire: è il suo errore iniziale, dettato dalla curiosità |
| 2 | Polifemo torna, chiude la grotta e divora due compagni | La forza bruta del Ciclope si manifesta nella sua crudeltà; Ulisse rinuncia a ucciderlo subito perché non potrebbe aprire la roccia |
| 3 | Ulisse prepara il palo e ubriaca Polifemo con il vino | L'astuzia entra in gioco: il nome «Nessuno» è il cuore del piano |
| 4 | Accecamento di Polifemo e inutile intervento dei Ciclopi | Il gioco di parole su «Nessuno» blocca l'aiuto dei Ciclopi: l'intelligenza vince sulla forza |
| 5 | Fuga nascosti sotto i montoni | Ultimo stratagemma: l'astuzia completa la vittoria sulla forza bruta |
2.2. I personaggi
| Personaggio | Caratteristiche | Come si manifesta nel testo |
|---|---|---|
| Ulisse | Astuto, coraggioso, capace di dominare le emozioni e di pensare anche nel pericolo | Rinuncia a uccidere Polifemo subito perché calcola le conseguenze; inventa il nome «Nessuno»; organizza la fuga con i montoni |
| Polifemo | Gigantesco, brutale, crudele, privo di leggi e di rispetto per gli dèi e per gli ospiti | Sbatte i compagni a terra «come cuccioli»; si fa ingannare dal vino e dal nome «Nessuno»; è potente ma ottuso |
3. Analisi del testo
3.1. Le similitudini
La similitudine è il paragone esplicito tra due cose, introdotto da come, così, simile a. Omero la usa per rendere più vivida e comprensibile la scena. In questo episodio troviamo alcune delle similitudini più potenti del poema:
| Similitudine nel testo | Cosa descrive | Effetto |
|---|---|---|
| «li sbatté a terra come cuccioli» | Il modo in cui Polifemo uccide i compagni | Rende evidente la sproporzione di forza; gli uomini sono indifesi come cuccioli di fronte al mostro |
| «mangiava come un leone cresciuto sui monti» | Il modo in cui Polifemo divora i compagni | Sottolinea la bestialità del Ciclope: non è un essere umano civilizzato ma una fiera selvaggia |
| «come quando un fabbro immerge nell'acqua fredda la grande ascia o la scure» | Il rumore del palo che sfrigola nell'occhio del Ciclope | Rende concreto e fisico un momento di violenza; il paragone col lavoro del fabbro dà un'immagine familiare del suono |
3.2. Il gioco sul nome «Nessuno»
Il cuore dell'astuzia di Ulisse è il gioco di parole sul nome «Nessuno». Quando i Ciclopi chiedono a Polifemo chi lo stia ferendo, lui risponde «Nessuno mi uccide» — e quelli capiscono: «nessuno» nel senso comune della parola, cioè nessun essere. Si tratta di un equivoco voluto, costruito con grande intelligenza da Ulisse.
3.3. Il narratore interno: Ulisse racconta in prima persona
Nell'Odissea i Canti IX–XII formano una sezione speciale: Ulisse racconta in prima persona le sue avventure al re Alcinoo e ai Feaci. Il poeta dunque si fa da parte e lascia la parola al protagonista stesso.
Questo ha effetti importanti:
- Il racconto diventa più diretto e coinvolgente: sentiamo la paura, la rabbia, il sollievo di Ulisse dall'interno.
- Ulisse è insieme protagonista e narratore: sa già come va a finire, ma racconta come se rivivesse l'emozione del momento.
- Il lettore si identifica più facilmente con l'eroe.
4. Commento e temi
4.1. Intelligenza contro forza bruta
Polifemo incarna la forza bruta senza intelligenza: è enorme, potente, capace di sollevare massi che ventidue carri non potrebbero spostare, ma è anche ingenuo e ottuso. Si fa ingannare dal vino, dal nome «Nessuno» e dai montoni.
Ulisse al contrario è fisicamente molto più debole, ma possiede l'arma più potente: l'intelligenza. Non agisce d'impulso (rinuncia a uccidere Polifemo quella prima notte, pur avendone la possibilità), ma calcola, pianifica, attende il momento giusto.
Il messaggio di Omero è chiaro: nella scala dei valori greci, l'mètis (l'intelligenza astuta) vale più della forza fisica.
4.2. La legge dell'ospitalità violata
Nella civiltà greca l'ospitalità (xenìa) era una legge sacra: chi accoglieva uno straniero doveva proteggerlo e offrirgli cibo. Zeus stesso era il protettore degli ospiti (Zeus Xenio).
Ulisse lo ricorda a Polifemo: «Zeus protegge i supplici e gli ospiti». Ma il Ciclope risponde con disprezzo: i Ciclopi non riconoscono gli dèi né le leggi degli uomini. Per questo la sua punizione — l'accecamento — appare giusta agli occhi del lettore greco: è la vendetta della civiltà contro la barbarie.
4.3. La curiosità di Ulisse: valore o difetto?
All'inizio dell'episodio i compagni di Ulisse lo supplicano di prendere il formaggio e le greggi e fuggire. Ulisse rifiuta: vuole vedere il Ciclope, capire chi è, ricevere i doni dell'ospitalità. Questa curiosità gli costerà cara: sei compagni vengono divorati.
La curiosità di Ulisse è al tempo stesso il suo punto di forza (lo spinge a esplorare, a conoscere, a inventare soluzioni nuove) e la sua debolezza (lo espone a rischi evitabili). È uno degli aspetti più umani e moderni di questo eroe antico.
- Opera: Odissea, Canto IX · Autore: Omero · Traduzione: Rosa Calzecchi Onesti
- Protagonisti: Ulisse (astuto, coraggioso, calcolatore) e Polifemo (potente, brutale, ottuso)
- Tema principale: vittoria dell'intelligenza (mètis) sulla forza bruta
- Altri temi: legge dell'ospitalità violata; curiosità come virtù e come rischio
- Figure retoriche principali: similitudine («come cuccioli», «come un leone», «come un fabbro»)
- Elemento narrativo: racconto in prima persona — Ulisse è narratore interno
- Gioco di parole: «Nessuno» / Outis — l'astuzia nel nome