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III media - Il primo dopoguerra in Italia - Il biennio rosso

III media - Il primo dopoguerra in Italia - Il biennio rosso
Autore: Sistema
Data: 04/02/2026
Tipo: Materiale didattico
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Una crisi di sistema. L’Italia nel primo dopoguerra (1919-1922) | Adriano Roccucci di Mondadori Education

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La crisi del primo dopoguerra e l’avvento del fascismo costituiscono una questione storiografica su cui generazioni di storici italiani e stranieri si sono confrontati. Il suo connotato è di essere una crisi multifattoriale, che va quindi decifrata nelle sue complesse articolazioni. La Grande guerra si era situata nella storia d’Italia come uno spartiacque. I processi che erano stati innescati o accelerati dal conflitto, nonostante il successo militare, avevano acutizzato la crisi dello Stato li • 1:16:06

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1. Il primo dopoguerra in Italia (1918-1922)

1.1. Introduzione

Il periodo tra il 1918 e il 1922 fu caratterizzato da profonde tensioni sociali, crisi economica e instabilità politica che avrebbero portato all'ascesa del fascismo. Per comprendere come Benito Mussolini arrivò al potere, è necessario comprendere la situazione dell'Italia subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, un periodo segnato da un forte malcontento popolare e da una grave crisi economica.

1.2. La "vittoria mutilata"

L'Italia uscì vittoriosa dalla guerra, ma non riuscì a ottenere tutti i territori promessi dal Patto di Londra del 1915. Aveva ottenuto il Trentino, Trieste, l'Alto Adige (fino al Brennero) e l'Istria, ma non la Dalmazia (promessa tranne Zara), Fiume, e le colonie tedesche in Africa. Il poeta nazionalista Gabriele D'Annunzio definì questo risultato "vittoria mutilata", alimentando un profondo risentimento nell'opinione pubblica italiana.

L'insoddisfazione fu tale che durante la Conferenza di pace di Parigi (1919), in cui si discuteva della situazione postbellica, i rappresentanti italiani lasciarono l'assemblea in segno di protesta.

Tra le varie questioni in sospeso, c'era la situazione della città di Fiume (città della Dalmazia con popolazione in maggioranza italiana) che era stata dichiarata "città libera", cioè non soggetta né al governo italiano né a quello jugoslavo. L'Italia ne rivendicava il possesso e così, il 12 settembre 1919, Gabriele D'Annunzio (famoso poeta e grande nazionalista) occupò la città alla guida di circa 2.000 volontari, proclamandola italiana. L'occupazione durò fino al dicembre 1920 (15 mesi) e suscitò la condanna della Società delle Nazioni, ma rese D'Annunzio un eroe per i nazionalisti.

1.3. I problemi economici e sociali

In questo periodo, l'Italia attraversava una gravissima crisi economica. Il costo della vita era quadruplicato rispetto al 1914 (prima della guerra), i salari non tenevano il passo con l'inflazione, e il deficit nel bilancio dello Stato era enorme a causa delle spese belliche. La disoccupazione era altissima.

Molti erano i malcontenti: i reduci (soldati tornati dal fronte) si ritrovarono senza lavoro e in condizioni spesso peggiori rispetto a quelle precedenti la guerra. I contadini, ai quali con una riforma agraria erano state promesse terre da coltivare in cambio dei sacrifici di guerra, videro completamente disattese le loro speranze. Anche la classe media (impiegati, piccoli proprietari) era impoverita dall'inflazione.

1.4. Il "biennio rosso" (1919-1920)

Tra il 1919 e il 1920, operai e contadini, ispirati dalla rivoluzione bolscevica avvenuta in Russia nel 1917, scesero in piazza dando vita a una serie di proteste, scioperi, occupazioni di terre e fabbriche. Questo periodo passò alla storia con il nome di "biennio rosso" (dal colore delle bandiere socialiste esposte durante le proteste).

Nel settembre 1920, a Torino e Milano, oltre 500.000 operai occuparono le fabbriche, issando bandiere rosse e organizzando consigli operai sul modello dei soviet russi. In Emilia-Romagna, Toscana e Puglia, i contadini occuparono le terre dei latifondisti, rivendicando la redistribuzione delle proprietà.

Questi movimenti spaventarono profondamente la borghesia, gli industriali e i proprietari terrieri (agrari), che temevano una rivoluzione comunista simile a quella russa. Questo timore avrebbe avuto conseguenze fondamentali per l'ascesa del fascismo.

1.5. La nascita dei partiti di massa

Durante questo periodo emersero due importanti partiti di massa che cambiarono il panorama politico italiano:

  • Il Partito Popolare Italiano (PPI), di orientamento cattolico, fondato nel gennaio 1919 dal sacerdote don Luigi Sturzo. Alle elezioni del novembre 1919 ottenne il 20% dei voti.
  • Il Partito Socialista Italiano (PSI), che alle elezioni del 1919 divenne il primo partito italiano con il 32% dei voti, sostenuto da operai e parte dei contadini.

Nonostante la vittoria elettorale dei due partiti, il governo rimase saldamente nelle mani dei liberali, che però non avevano più la maggioranza assoluta e dovevano cercare alleanze.

1.6. Il ritorno di Giolitti al governo

Giovanni Giolitti tornò al potere nel giugno 1920 e cercò di stabilire un'alleanza con i popolari, seppur debole. Tentò di costituire un fronte antisocialista ma, fedele al suo pragmatismo, si rifiutò di usare l'esercito contro le occupazioni di contadini e operai. Invece, negoziò: in cambio della restituzione di fabbriche e terre, il suo governo apportò miglioramenti alle condizioni dei lavoratori (aumenti salariali, riduzione dell'orario di lavoro).

Questa strategia, tuttavia, non portò a una situazione di distensione. Industriali e latifondisti accusarono Giolitti di aver ceduto alle pressioni della piazza e di essere stato debole di fronte alla "minaccia rossa". Si sentirono traditi dallo Stato e iniziarono a cercare protezione altrove, finanziando gruppi che promettevano di ristabilire l'ordine con la forza.

1.7. Il Trattato di Rapallo

Il 12 novembre 1920, Giolitti firmò il Trattato di Rapallo con la Jugoslavia per risolvere la questione dei confini orientali. L'Italia rinunciava alla Dalmazia (tranne la città di Zara) e Fiume diventava città libera (stato indipendente). In cambio, l'Italia otteneva definitivamente l'Istria e Zara.

Questo accordo, sebbene portasse a una sistemazione territoriale ragionevole, fu considerato un tradimento dai nazionalisti, che accusarono Giolitti di aver rinunciato a territori "italiani". Nel dicembre 1920, l'esercito italiano cacciò D'Annunzio da Fiume con la forza (episodio del "Natale di sangue"), aumentando ulteriormente il risentimento nazionalista.

La situazione politica rimase quindi estremamente instabile, con uno Stato debole, forze politiche divise, industriali e agrari spaventati dalla "minaccia rossa", e nazionalisti frustrati dalla "vittoria mutilata".

1.8. L'accenno alla nascita del fascismo

In questo clima di tensione e paura, il 23 marzo 1919 a Milano, Benito Mussolini (ex socialista espulso dal partito per il suo interventismo) fondò i Fasci Italiani di Combattimento. Dal 1920, i fasci si trasformarono in un movimento antisocialista violento, dando vita allo squadrismo: gruppi paramilitari in camicia nera che, finanziati da industriali e agrari, attaccavano violentemente sedi socialiste, leghe contadine e amministrazioni di sinistra.

Lo Stato liberale, debole e diviso, non intervenne per fermare questa violenza. Anzi, molti prefetti e forze dell'ordine tollerarono o addirittura appoggiarono le azioni degli squadristi, visti come "difensori dell'ordine" contro la "minaccia bolscevica".

L'ascesa del fascismo e la marcia su Roma saranno approfondite in un capitolo dedicato.

IN SINTESI>> Il primo dopoguerra italiano (1918-1922) fu caratterizzato da profonde crisi e tensioni. La "vittoria mutilata" (mancata assegnazione di Dalmazia e Fiume) alimentò il nazionalismo. D'Annunzio occupò Fiume il 12 settembre 1919 per 15 mesi. La crisi economica (costo vita quadruplicato rispetto al 1914) e la disoccupazione causarono il "biennio rosso" (1919-1920): operai e contadini occuparono fabbriche e terre ispirandosi alla rivoluzione russa. Nacquero i partiti di massa: Partito Popolare (20% voti 1919) e Partito Socialista (32%, primo partito). Giolitti tornò al governo nel 1920, rifiutandosi di usare la forza contro le occupazioni, ma industriali e agrari lo accusarono di debolezza. Il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920) assegnò l'Istria all'Italia ma rinunciò alla Dalmazia, scatenando l'ira dei nazionalisti. In questo clima di paura e instabilità, il 23 marzo 1919 Mussolini fondò i Fasci di Combattimento, che dal 1920 diedero vita allo squadrismo violento antisocialista, finanziato da industriali e agrari.